Dall'intervista a Santo Piazzese
Penso che, in realtà, sia un boom nazionale, che riguarda anche i libri scritti da autori stranieri. Il giallo era rimasto per troppo tempo nel limbo della letteratura di serie B, e quando è stato sdoganato anche dalla critica "togata" - pure per merito di bravi scrittori, e il capofila di questi è ovviamente Camilleri - è stato come togliere il tappo a un vulcano, tanto che oggi c'è persino il rischio che a forza di pompare solo gialli, la gente si stufi. E' un fenomeno che, come meccanismo, somiglia a quello della rivoluzione sessuale, che da noi arrivò dopo il '68. Per quanto concerne in modo specifico la Sicilia, faccio notare che il boom di autori siciliani riguarda il comparto letterario nel suo complesso, non solo il giallo. Mi sembra persino pleonastico ricordare gli straordinari precedenti siciliani nel settore.

Dall’intervista a Gaetano Savatteri

 

Ci sono voluti oltre cinquant'anni per fare giustizia, attraverso un suo libro, di un'infamante ingiustizia contro lo zolfataio Centodieci, e un  certo modo di pensare. Che difficoltà ha avuto a reperire il  materiale?  Come è nata l'idea della congiura dei loquaci?

 

L'idea mi è stata suggerita da un amico e collega, Giovanni Bianconi, mentre scrivevamo insieme L'attentatuni, il libro sull'indagine che portò all'individuazione dei mafiosi che organizzarono la strage di Capaci. Bianconi mi invitava a rileggere le pagine di Sciascia sull'omicidio del sindaco di Racalmuto, spingendomi a cercare i documenti di quel processo. Cosa che ho fatto, faticosamente, fin quando un giorno i verbali e gli atti dell'inchiesta del 1944 saltarono fuori da un vecchio armadio di una caserma dei carabinieri. Leggendo quei rapporti e quei verbali ingialliti, colpiva il fatto che nella notte dell'omicidio decine di persone andarono a testimoniare, a volte spontaneamente, pur di accusare uno zolfataio rissoso e povero, Centoedieci, del delitto del sindaco. Come Sciascia ero convinto che il vero autore del delitto non fosse quell'uomo, e la lettura delle testimonianze -troppe nella terra dell'omertà- me ne convinse ancor di più. A quel punto decisi di scrivere un romanzo sull'ingiustizia e sui meccanismi che portano alla condanna di un

innocente.

Dall’intervista a Piergiorgio Di Cara

 

Dove sta andando il giallo siciliano?

Non so dove stia andando, sicuramente procede di buona lena. Quello che mi auguro è che noi autori siciliani riusciamo a mantenere alto il livello della nostra scrittura, senza scadere nello stereotipo o nella maniera. Il punto di forza del giallo siciliano sta proprio nella ricchezza della lingua e nell’eleganza del tratto, vorrei che continuassimo così.

Cosa ne pensa del proliferare di questo genere nella nostra isola?

Estendo questa considerazione a tutto il territorio nazionale: facciamo attenzione a che il genere non degeneri.

       Giallo siciliano

 

 

Dire giallo, in Sicilia, è complicato, e gli esempi non mancano: giallo di Sicilia è un pregiato marmo, così come ambrati sono gli eccellenti vini quali il moscato, il marzaiolo, l'Inzolia Sciannacarau, e oro fuso sono l’olio d’oliva e il miele di zagara, per non parlare dello “scaluni”, il caciocavallo ragusano che risale al Cinquecento, così come giallo è il grano degli antichi feudi, lo zolfo delle pirrere e d’oro sono i templi dorici che ricordano le vestigia del passato. Sembra, insomma, che la Sicilia sia immersa in una sorta di giallo liquido, alimentato dal nostro sole che qui splende maestoso per la maggior parte dell’anno.

Chi, dunque, verrebbe da chiedersi, se non uno scrittore siciliano è naturalmente vocato a scrivere gialli? E invero mai come nell'ultimo ventennio l’isola ha prodotto un così cospicuo numero di opere che del mistero -(e della tragediatina, a noi siculi tanto cara)- prendono spunto per raccontare e raccontarsi, come già fece Giorgio Scerbanenco, inventando il noir milanese negli anni Sessanta.

Può dunque un genere raccontare un’epoca? Una terra? Un popolo?

Chi da noi scrive gialli (o noir, polizieschi, thriller, hard boiled, legal e tutti gli altri sottogeneri sempre comunque riconducibili al Giallo, definizione che esiste solo in Italia e che deriva dalla mitica copertina dei Gialli Mondadori), certo racconta anche del sole di Sicilia, i suoi odori e sapori.

Fa conoscere al lettore paesini medievali, città barocche, realtà inconsuete di provincia, fatti storici semisconosciuti e, in quelle stesse pagine, gustiamo ficodindia, arancini, pane e panelle e mustazzola, che spesso ci restano in gola quando alla fine l'autore ci fa guardare dritto negli occhi il mostro che credevamo un autentico pezzo di pane.

Nella scrittura gialla vi sono infatti delle regole dalle quali non si trascende: è stato commesso un crimine, c'e un investigatore e c'è il criminale. Tutto ruota su questi perni centrali, con le infinite varianti sapientemente mescolate dagli scrittori.

La Sicilia in giallo, insomma, è servita, ma oggi si può parlare solo di giallo o è riduttiva tale definizione?

Anche Sciascia allora è un giallista?

E quanto questo profluvio di opere in giallo è riconducibile al successo planetario dell’attempato Andrea Camilleri (che scrive anche eccellenti libri storici!) e del suo Montalbano?

E’ valido ancora, soprattutto oggi, l’anatema contro il giallo come genere, che sessant’anni fa lanciò Durrematt con il suo “La promessa - requiem per un giallo?”

Oppure aveva ragione Italo Calvino che aveva parlato, a proposito di Sciascia, dell’impossibilità di ambientare un giallo in Sicilia?

Per quanto ci riguarda riteniamo che nella Sicilia letteraria sia possibile tutto e il suo contrario, e senza citare Sciascia, che fa caso a sé (come ben ci ricorda un altro eccellente scrittore, Domenico Cacopardo), basti ricordare che abbiamo dato i natali agli antesignani del giallo nostrano, come Ezio D'Errico (Agrigento 1892), definito il Simenon italiano, col suo commissario Emilio Richard, capo della Seconda  Brigata Mobile della Surêté di Parigi.

Oppure ancora Franco Enna (classe 1921), pseudonimo di Franco Cannarozzo, che inventò negli anni Cinquanta il commissario Federico Sartori, siciliano nostalgico che operava al Nord, oppure ancora, per restare in tempi più recenti, Enzo Russo, nativo di Mazzarino (CL) che negli anni Settanta  pubblicò Il caso Montecristo, un giallo di costume che lo fece conoscere in Italia ed all'estero e, sulla scia di quel  successo letterario, seguirono altri libri come La tana degli ermellini e I martedì del diavolo.

La Sicilia è il denominatore comune di questi autori. L'isola è diventata terra fertile per ambientarvi storie in giallo, come sta accadendo un po’ dappertutto in Italia, come per altro ha sottolineato Santo Piazzese, celebrato autore mitteleuropeo che parla di Giallo regionale piuttosto che di giallo italiano. 

Da ultimo, l’editore ligure Frilli, che della regionalità in noir ha fatto il proprio marchio di fabbrica, ha arruolato nella sua scuderia tre giallisti siciliani, tra cui il sottoscritto, e i colleghi Vincenzo Maimone e Alberto Minnella.

Della serie, le 3M sicule, in noir.

Dall’intervista a Valentina Gebbia

Perché ha scelto proprio l’abusata Palermo come teatro dei suoi romanzi?

Palermo, la mia città, perché non dire di lei ciò che nessuno diceva?

C’è la Palermo dei palazzi nobiliari, quella del sacco edilizio, la Palermo dell’arte e della cultura, la Palermo dei mercati storici, quella delle periferie, la Palermo che odora di mare e quella che puzza ancora di tante cose. Ci sono numerose Palermo...e c’è la Palermo del Borgo Vecchio. Il quartiere in cui vivo. Non quello borghese in cui sono nata, ma quello che somiglia a un mondo a parte, una repubblica indipendente  I miei investigatori al Borgo ci abitano.

Dall’intervista a Domenico Cacopardo

 

 Dove sta andando secondo lei il giallo siciliano?

Non so dove stia andando il giallo siciliano come del resto quello nazionale. Mi sembra che il giallo siciliano si stia desicilianizzando come il giallo italiano sta diventando sempre meno caratterizzato e più convenzionale.

Cosa ne pensa del proliferare di questo genere nella nostra isola?

Mi sembra che ci sia una diffusa stanchezza tra i lavoratori del pc nel concepire storie e nel narrarle con il giusto approccio letterario. Ho la sensazione di una sorta di rito ripetitivo. Un'eccezione gradevole: Ottavio Cappellani col suo “Chi è Lou Sciortino?”

Dall’intervista ad Andrea Camilleri

- Cosa ne pensa del boom del giallo esploso in Italia e in Sicilia in particolare?

“Mi fa venire in mente immediatamente quando Italo Calvino scriveva a Leonardo Sciascia che sarebbe stato praticamente impossibile ambientare un giallo in Sicilia. I fatti stanno dimostrando il contrario. La realtà è che il romanzo giallo è un ottimo banco di prova per uno scrittore principiante, perché lo costringe dentro alcune regole che deve di continuo rispettare”.

- Che rapporto ha con gli altri autori siciliani?

“Ottimo, alcuni li conosco persona altri no, ma li leggo tutti”.

Dall’intervista a Roberto Alajmo

Tu che scrivi noir sui generis e che non sei un giallista puro, cosa ne pensi del boom del giallo made in Sicily?

 

Per quanto riguarda i polizieschi io mi regolo come con la carne, e cioè dichiaro, mettendo le mani avanti, di essere vegetariano. Dopodiché se trovo un posto dove la carne è buona, ma buona veramente, allora la mangio, e con gran piacere. Non sarà coerente, ma mi mette al riparo dal dover leggere un sacco di roba. Per quanto riguarda i gialli “siciliani” non mi pare di dovermi discostare da questa regola: sono vegetariano, salvo eccezioni.

Dall’intervista a Ottavio Cappellani

- Cappellani, come nasce il personaggio di Lou Sciortino?

“Nasce bene, cioè nasce da solo. “Chi è Lou Sciortino?” è un romanzo corale, sono altri i personaggi che “agiscono”, parrucchieri, sciampisti, produttori cinematografici, attrici prosperose, registi pazzi, picciotti impasticcati. Lou resta ai margini. E’ come se mi avesse voluto dire poco di sé. Deve aver avuto un’adolescenza molto interessante. Parla poco, ma sa essere sempre al posto giusto nel momento giusto.

 - Come è nata l'idea di questo romanzo?

“Ci sono due tendenze in Italia, per quanto riguarda la letteratura “mafiosa”. O parlarne con rabbia e indignazione, o non parlarne affatto. Sappiamo invece che una conoscenza “letteraria” è possibile grazie a un atteggiamento che riesce ad essere al contempo vicinissimo e lontanissimo dal fenomeno. Francesco Durante, storico della letteratura italoamericana e traduttore di John Fante, a proposito del mio libro, ha parlato di “impassibilità esilarante”. Ha detto bene: è proprio questa l’idea di partenza.”

La foto del castello Manfredonico-Chiaramontano di Mussomeli utilizzata come sfondo, è di Maurizio Di Maria

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