Prefazione di Santo Piazzese

La Sicilia non è terra di serial killer. Ci sarebbe, a rigore, la famosa storia di Giovanna Bonanno, la vecchia dell’aceto, la quale metteva in opera le proprie trame venefiche in una Palermo di fine settecento, percorsa da fremiti insurrezionali, portatori di ideali alti. Ma la vecchia, in realtà, era solo una specie di killer a pagamento: la quasi totalità delle sue vittime erano i mariti di donne che aspiravano a una vedovanza accelerata. Una sorta di divorzio alla siciliana ante litteram. La sua fine è nota: fu scoperta (non per niente l’Illumini­smo aveva favorito l’introduzione di un certo grado di scientificità anche nelle indagini sui delitti) e impiccata “nella Piazza degli Ottangoli e cioè delle Quattro Cantoniere” di Palermo.

In epoca a noi più vicina ci sarebbe pure qualche episodio un po’ anomalo, come per esempio la serie di delitti, all’apparenza senza movente, commessi negli ultimi anni in una certa area della Sicilia sud-orientale, con modalità che fanno pensare ad uno stesso autore. Ma che si tratti di un unico serial killer, finché non si scopre l’assassino, è tutto da dimostrare.

Non fanno testo nemmeno i tanti autori seriali di omicidi di mafia, uomini del disonore che da troppo tempo infestano e impestano la Sicilia. Anche la loro operosità, direttamente o in modo trasversale, era ed è la risultante di dinamiche di tipo economico: il lato peggiore dei soldi.

Insomma, si potrebbe affermare che, almeno fino ad oggi - ma noi speriamo che duri - la Sicilia non sia una regione vocata all’omicidio seriale “puro”. Per la verità, la cosa vale per tutti i sud del mondo. I serial killer sono più numerosi nelle società mature, opulente, nelle quali il delitto seriale, se troppo frequente, può essere perfino interpretato come un indizio di decadenza per le aree che hanno raggiunto e consolidato un plateau di civiltà e di benessere. Sono società che, con l’evolversi parallelo dei costumi e dell’econo­mia, hanno affiancato il delitto all’apparenza immotivato al delitto “fisiologico”, quello cioè dettato da pulsioni forti: oseremmo definirli delitti inevitabili, commessi di volta in volta sotto la spinta dell’interesse economico, della gelosia, della vendetta, del carrierismo... E metto le virgolette intorno al vocabolo “fisiologico” perché quel tipo di delitti, per quanto “normale” rappresenta pur sempre - come tutti i delitti - una patologia nel tessuto sociale.

Anche il delitto può essere un genere voluttuario. E obbedisce alle leggi della società consumista: lo spostamento dei consumi va dal necessario al superfluo man mano che cresce la capacità di spesa... o l’impatto della pubblicità. Il vero serial killer, infatti, è un amatore del delitto. Egli agisce per vocazione, e solo per il suo piacere, cui talvolta non è estranea una sorta di sfida verso gli inquirenti che gli danno la caccia. Ovviamente è uno spostato. E siamo molto felici che questa genia non abbia finora messo radici nella nostra isola.

Tutto questo, come tutto il resto delle cose che ci appartengono, si rispecchia nei romanzi. E nell’ormai vasta letteratura noir siciliana ci sono poche tracce di romanzi imperniati sulla figura del serial killer. Anzi, a me non ne viene in mente uno. Per quanto ne so, questo di Roberto Mistretta è il primo. E, pur non sottovalutando la lezione di Sciascia, il quale sosteneva che la vera realtà è il romanzo, mi piace considerarlo alla stregua di un esorcismo piuttosto che di una sinistra profezia. Se è davvero importante “normalizzare” la Sicilia anche nel delitto, accontentiamoci di farlo nei delitti di carta.

Roberto Mistretta è prolifico autore di belle trame nere dal forte impatto emozionale ed etico, alcune delle quali sono vere e proprie invettive contro il mondo, in gran parte sommerso, della pedofilia. In questo, gli è certamente di incentivo l’essere anche autore - anzi, per correttezza e per par condicio, diremo coautore - di numerosa prole. Suoi romanzi che hanno per protagonista il maresciallo Saverio Bonanno - accattivante e umanissima figura di investigatore soggetto alle terrene vicissitudini - sono stati pubblicati da una piccola casa editrice siciliana e sono in via di traduzione in Germania, ma egli merita di essere conosciuto da un pubblico più vasto anche in Italia.

In Sordide note infernali il maresciallo Bonanno cede il passo a un nuovo investigatore, il commissario Angelo Duncan, detto Gelo, che deve a un padre americano il suo cognome. Gelo sostituisce alla bonomia del maresciallo Bonanno la nevrosi quasi ossessiva dell’investigatore di scuola hard boiled all’americana, ma rivisitato in salsa mediterranea, come è giusto che sia. Mistretta ne ricava un racconto serrato, tutto ritmo, non privo tuttavia di abbandoni, quando la situazione lo richiede. Questo romanzo è la storia della caccia a un serial killer che sembra volere farsi beffe della polizia - anzi, si direbbe, in modo specifico di Gelo Duncan - comunicando in anticipo, per mezzo di brevi messaggi criptici chi sarà la prossima vittima. Le vittime sono tutte donne e attorcigliato intorno al loro collo viene trovato il marchio dell’omicida: una minugia, cioè una corda di violino che, insieme con una straziante melodia suonata dopo ogni delitto, sarà il filo conduttore dell’inda­gine. Il caso finirà con il segnare profondamente la vita di Duncan, colpito nei proprii affetti, nella carne viva. Un leone ferito, ma non a morte.

Mistretta ambienta le sue storie in un’area della Sicilia che non troverete su nessuna carta: la Montanvalle con i paesi del suo comprensorio. I siciliani doc, tuttavia, non avranno difficoltà a identificare nella Montanvalle il Vallone di Mussomeli, nella cui geografia reale si distribuiscono paesi dai nomi suggestivi: Milena, Campofranco, Montedoro, Serradifalco, Acquaviva, Aragona, e la stessa patria di Sciascia, Racalmuto.

E’ una terra dal paesaggio stagionalmente schizoide, dolce e aspra, nebbiosa e assolata, arsa e annegata nel verde, dove ai calanchi gessosi e alle macca­lube che disseminano di piccoli coni vulcanici le piane desolate, si alternano le sinuose colline dell’in­terno, che accolgono l’ulivo, la vite, il frumento. Per non parlare di ciò che non si vede in superficie, i tunnel scavati negli immensi giacimenti di zolfo e di sale, coltivati per decenni, che per centinaia e centinaia di chilometri si intersecano nel sottosuolo.

Un paesaggio la cui topografia sembra rendere fatale a uno scrittore ambientarvi storie come quelle di Mistretta.

Il vero mistero, per me, è che nessuno ci avesse pensato prima.

"C'è un muro grigio sulla terra nera, sembra solleticare il cielo e invece custodisce il mio inferno"
 Finalista al Premio Alberto Tedeschi "Giallo Mondadori"
col titolo provvisorio
"Sotto il fico selvatico"
 La Repubblica
Il serial killer di Mistretta, usa anticipare il nome delle sue vittime (rigorosamente donne) per mezzo di arcani messaggi, ingaggiando così una sfida beffarda con il commissario Angelo Ducan, detto Gelo
La Repubblica
E' forse per la prima volta che in Sicilia sia in azione un assassino seriale che, nelle pagine di Mistretta, deve però fare i conti con Angelo Duncan, commissario coriaceo e atrabiliare.
La Repubblica
Gli scrittori siciliani fanno il giro del mondo
 La Repubblica
Solo Roberto Mistretta è riuscito a inventarsi nel suo ultimo romanzo, Sordide note infernali, la figura del serial killer siciliano.
IBS recensioni lettori
Stile americano per un giallo tutto italiano, suspence fino all'ultima pagina. Consigliatissimo agli amanti del genere.
MilanoNera
Mistretta con un italiano sicuro, preciso e mai volgare, scrive come un giallista d'altri tempi, senza mai abbassare il tono e senza pietà, nemmeno per il proprio protagonista
Adnkronos
Il primo romanzo, nell’ormai vasta letteratura noir siciliana, imperniato sulla figura di un serial killer
Lamette
Un noir serrato e intenso che va avanti alternando pagine di pura poesia a omicidi efferati.
Carlo Oliva
Sordide noti infermali è un hard boiled alla Ellroy di straordinaria tensione drammatica, che, pur rispettando l’ambientazione isolana, ci porta in un mondo affatto diverso dal punto di vista culturale e criminale.
Thriller page
Una Sicilia "nera", descritta in maniera magistrale dall'autore.
La tela nera
Andrea Franco intervista il giornalista e scrittore siciliano
Thriller Magazine
Un romanzo ambientato nella Sicilia contemporanea, infatti Mistretta come ci ricorda Piazzese ha deciso di localizzare le indagini del suo commissario Gelo Duncan "in un'area della Sicilia che non troverete su nessuna carta: la Montanvalle con i paesi del suo comprensorio
Milano, Libreria "La Sherlockiana". Da sx: Gaetano Savatteri, Ugo Mazzotta, Tecla Dozio, Roberto Mistretta, Iosella Mistretta.
Pisa Book Festival, da sx Veronica Todaro, Tecla Dozio, Giovanni Chiparo, Roberto Mistretta
Presentando Sordide note infernali

Il serial killer che parla nisseno

A DETTA DI SANTO PIAZZESE - che ha battezzato con una breve ma energica prefazione il suo ultimo romanzo, "Sordide note infernali" (Todaro editore) - Roberto Mistretta sarebbe stato il primo, nell' ambito della letteratura noir siciliana, a partorire la figura di un serial killer. Non un comune assassino o un mafioso omicida ma, appunto, un serial killer. Che è qualcosa di più e di diverso: perché non solo uccide, ma uccide provandoci gusto; e perché in verità ama il delitto, verso cui si sente irresistibilmente attratto. Addirittura il serial killer di Mistretta, dopo averle "marchiate" attorcigliando loro al collo una corda di violino, usa anticipare il nome delle sue vittime (rigorosamente donne) per mezzo di arcani messaggi, ingaggiando così una sfida beffarda con il commissario Angelo Ducan, detto Gelo. Il quale, però, a fine indagine non tira soddisfatto un sospiro di sollievo ma scopre, anzi, di non essere uscito indenne dalla sua battuta di caccia, rimasto piuttosto vittima di un turbinio confuso di emozioni miste a sentimenti, razionalità ed affetti viscerali. Insomma, l' investigatore rimane intimamente segnato da questa storia, ambientata - come tutte le storie di Mistretta - nella zona di Montanvalle. Che sulla carta geografica non esiste, ma nella realtà corrisponde al Vallone di Mussomeli, il paese dove vive lo scrittore (e dove oggi, alle 17,30, presso i locali della Bcc "San Giuseppe" gli alunni del liceo classico presenteranno i suoi ultimi due libri). Quel Vallone dimenticato da Dio e dagli uomini, tutto campagna e campi di grano, attraversato da lente mietitrebbia e popolato da miniere di zolfo desolate. Un' area di Sicilia silenziosa, fredda d' inverno e infuocata d' estate, che a pensarci sembra davvero fatta apposta per ambientarvi gialli. Tanto che lo stesso Piazzese si domanda come mai nessuno, prima di Mistretta, ci abbia pensato prima. «Ma nei miei romanzi - dice lo scrittore - al di là di quello che ad una prima lettura traspare, l' uso della trama gialla funziona da calappio per raccontare storie scomode, intrappolando il lettore in un intreccio che cerco di rendere avvincente, così da farlo arrivare alla fine del libro senza covare il desiderio di impiccare l' autore al primo albero». E allora perché ha scelto proprio questo genere letterario? «Perché a ben pensarci da noi il giallo è un modus vivendi, la stessa natura "tragediosa" dei siciliani è il nostro essere, i rapporti fatti di gesti e occhiature. Da noi si possono fare interi discorsi senza aprire bocca, basta un gesto del capo, un increspar di labbra, uno sbattere d' occhi e si è detto quel che si doveva dire. Ogni cosa ha un suo codice, nasconde un proprio messaggio cifrato». Dice Mistretta, 43 anni, giornalista e padre di una nidiata di figli, di volere raccontare le sue storie senza tradire quella che definisce identità siciliana ma senza risultare banale e ripetitivo. Ecco perché archiviò il suo primo romanzo, "Naja fottuta", in buona parte autobiografico e tuttora inedito, e si cimentò nella sua prima opera ambientata in Sicilia. «Scrissi "Cronache di provincia" - racconta - con protagonista il giornalista Franco Campo (e i suoi burrascosi rapporti col padre). Alter ego femminile, Marta, disegnatrice (e pessimi rapporti con Anael, figlia adolescente). Mentre scrivevo della nostra terra e della nostra gente, in maniera quasi inconscia prendevano forma gialli irrisolti, cupi misteri, inconfessati segreti che accompagnavano i vari personaggi. Mi chiesi quindi che fare: scrivere una storia d' amore o un giallo? La risposta venne da sé con un' altra domanda: perché non entrambi?». Successivamente inventò un altro personaggio, il maresciallo Saverio Bonanno, alle soglie della quarantina, scalcagnato, irascibile e pieno di problemi quanto d' umanità. «In questa seconda prova di giallo atipico - continua - decisi di usare due forme di scritture diverse: una più diretta e immediata per raccontare di Bonanno e delle sue indagini, e un' altra più classica, perché se Bonanno è siciliano fino alla radice dei capelli, l' altra storia che mi premeva narrare è universale. Tant' è vero che due mesi fa è uscito in Germania, Austria e Svizzera, la prima avventura di Bonanno, dal titolo Das falsche spiel del fischer ("Il gioco sporco del pescatore")». Pare che la passione di Mistretta per il noir sia destinata a portare altri frutti. Proprio in questi giorni ha consegnato all' editore "Rivoli di sangue tra le dita" (titolo provvisorio, sequel di "Sordide note infernali") con prefazione di Giancarlo De Cataldo, l' autore di "Romanzo criminale". Ancora un giallo. Eppure i suoi commissari assomigliano poco ai grandi detective come Sherlock Holmes. «In verità la mia passione per il giallo classico non era mai andata prima al di là della semplice curiosità letteraria. Alla supponente saccenteria di Sherlock Holmes preferisco infatti i limiti investigativi di Belascoràn, ex ingegnere ed investigatore per caso inventato da Paco Ignacio Taibo II. Insomma, agli infallibili e superlativi investigatori, di gran lunga prediligo i non eroi, come il pugile poliziotto di "Dalia nera" di Ellroy». Ma allora perché continua a scrivere gialli? «Francamente non lo so. Sono convinto che ogni scrittore scrive e racconta le cose che conosce e ha dentro, coi mezzi che sente più congeniali e funzionali alla storia. Ma non ho la pretesa di essere uno scrittore di gialli, né mi sento uno scrittore di genere, tant' è che ho scritto e scrivo anche altra roba, come ad esempio fiabe e romanzi per ragazzi». C' è comunque un legame fra la professione di cronista e la sua "vocazione" al giallo? «Ogni giorno - conclude - mi tocca occuparmi del disoccupato che vuole darsi fuoco o del gatto morto appeso alla porta del sindaco. Un microcosmo di realtà intrisa di giallo e mistero, che si snoda giorno dopo giorno nell' area del Vallone dove vivo, ovvero nella Montanvalle letteraria dei miei libri».

SALVATORE FALZONE

Presentando i libri di altri autori
La foto del castello Manfredonico-Chiaramontano di Mussomeli utilizzata come sfondo, è di Maurizio Di Maria

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