Il privilegio di donare la prima copia di "Giudici di frontiera" a Manfredi Borsellino, figlio di Paolo

Un calcio alla mafia  qui e qui

I giudici Ottavio Sferlazza e Giovanbattista Tona
I giudici Sergio Lari e Nico Gozzo

GIUDICI DI FRONTIERA

prefazione di

Giancarlo De Cataldo

 

E' trascorso oltre mezzo secolo da quando un alto magistrato, peraltro eccellente romanziere, tesseva il pubblico elogio di don Calò Vizzini. Mafioso agli occhi di prefetti, nei rapporti di polizia, nella consapevolezza popolare, ma, nello stesso tempo, per molti, troppi altri, anche di parte pubblica, uomo di equilibrio e d'ordine e sincero difensore della democrazia (cristiana, forse?). Se ne parlava, insomma, di questo don Calò, evocato con singolare precisione nell'introduzione di questo volume, come del campione di una “Mafia” d'altri tempi, rispettosa dei poteri costituiti (poteri forti, si direbbe oggi) che si voleva contrapposta al “gangsterismo”, per definizione isterico e incontrollabile, dei giovani rampanti. Vulgata diffusa, ancorché corriva: personalmente, ne sentii parlare per la prima volta quasi quarant'anni fa, da uno zio siciliano. Che mi insegnò a diffidare di quella spiegazione troppo semplice che vedeva contrapposti i vecchi ai giovani, l'ordine di un tempo all'impetuoso disordine del domani, la Mafia com'era una volta dalla Mafia come stava diventando. Sempre Mafia è, mi spiegava quello zio, fra l'altro legittimista, monarchico, uomo d'ordine e per giunta militare di formazione. Sempre Mafia è: dunque, è sempre il Male. Sì. Sono passati oltre cinquant'anni da quell'improvvido elogio di don Calò. E quasi settanta dallo sbarco dei liberatori angloamericani. E ottanta e più dai conati repressivi del Prefetto Cesare Mori. E centocinquanta da Bronte e dai picciotti che aiutarono Garibaldi (e che il generoso patriota e fratello Ippolito Nievo, nei suoi diari, considerava poco meno che dei selvaggi maleodoranti). E mettiamoci pure, nella memoria storica, i Fasci, la Mano Nera, l'emigrazione in America, con quella strage di Storyville del 1890 che, secondo Giuseppe Prezzolini (persona non certo sospetta di simpatie comuniste), segnò la presa di coscienza, da parte degli Americani, dell'esistenza della Mafia. A Storyville si fronteggiavano due clan. I Matranga e i Provenzano. Un nome che, ancora oggi, fa tremare, in Sicilia e non solo. Sì. Sono passati molti anni, e molte narrazioni si sono intrecciate intorno alla Mafia e ai mafiosi.

            E ancora in Italia si sente dire che la Mafia è un problema locale.

            Ancora c'è chi blatera di “professionisti dell'antimafia”.

            Ancora ci si chiede, con finto stupore, se esistano, o siano mai esistiti, legami fra Mafia e politica, fra mafiosi e settori dello Stato.

            E ancora si risponde a questa domanda, con candido sdegno, che i legami, se mai vi furono, appartengono a un passato ormai lontano. Che furono legami episodici e non continuativi.

            Che la Mafia, insomma, non è, non è mai stato nient'altro che un fenomeno criminale, territorialmente circoscritto. Aggiungendo, magari, che ogni giorno le Forze dell'Ordine marcano significativi successi nella lotta alle cosche. Che l'ora del redde rationem è vicina. Che la Mafia, insomma, è intanto ridimensionata, e presto sarà sconfitta. Con definitivo accantonamento di quell'elenco dei 30 (o 50, o 90) più pericolosi latitanti il cui periodico affiorare in “breaking news” che hanno sempre più il sapore dei vecchi mattinali di Questura d'una volta ha suscitato il sarcastico commento di Andrea Camilleri. Un siciliano che se ne intende.

            Ma, insomma. A leggere queste testimonianze di magistrati di prima linea, raccolte con passione a tratti religiosa da Roberto Mistretta (ma Roberto Mistretta è, nell'accezione nobile del termine, uomo religioso: sbaglierebbe il laico a non sottolinearlo, e con grande rispetto) sembra, allora, di precipitare in una sorta di universo parallelo. Dove non solo la Mafia non è affatto alle corde, non solo si dimostra pronta a reagire colpo su colpo all'azione dello Stato, non solo è capace di progettare attentati, di piazzare bombe sotto il naso degli inquirenti, di lanciare “avvertimenti” a coraggiosi poliziotti la cui identità dovrebbe essere quanto meno riservata... non solo. E' in grado, questa Mafia, di condizionare pesantemente la nostra vita quotidiana, e, dunque, l'essenza stessa della nostra democrazia. Ché di questo una democrazia vive e si alimenta, come un organismo vivente dell'acqua: di libertà di pensiero, del libero gioco economico, della possibilità di girare a testa alta, e senza paura, per le strade della propria città, di parole gridate a voce forte. Di questo, e non di occhiate oblique, di patti inconfessabili, del silenzio e del bisbiglio.

            Disse una volta, in una celebre intervista, Giovanni Falcone, che la Mafia, come tutte le cose umane, ha avuto un'origine e uno sviluppo, e, conseguentemente, avrà una fine. E' una legge di natura che ha segnato il decorso di tutte le esperienze criminali che si sono succedute nei secoli. Una legge alla quale, purtroppo, le nostrane mafie (cominciamo a usare il plurale, è più corretto) sembrano fare eccezione. Centocinquant’anni di mafia, altrettanti, se non più, di camorra, e una 'ndrangheta che vanta un'anzianità di servizio plurisecolare devono pure dirci qualcosa. Questa tenace persistenza del Male in grandi aree del nostro Paese deve pure dirci qualcosa. Per esempio, che da soli, senza il sostegno e la collusione di chi avrebbe tutto il potere per spazzarle via (e non ha mai deciso di farlo sino in fondo) le mafie non avrebbero potuto resistere tanto a lungo.

            Ecco. Questa è l'aria che si respira nel racconto che Roberto Mistretta, affidandosi alle parole dei protagonisti della battaglia, dedica a chi non sa concepire la rassegnazione e la resa di fronte alle mafie.

            Saranno anche cani che abbaiano contro i ladri e che il padrone, inconcepibilmente, prende a calci, secondo l'icastica e amara definizione di Piercamillo Davigo, questi magistrati, ma senza di loro la situazione, già seria, sarebbe irrimediabilmente compromessa. C'è, semmai, da chiedersi da dove traggano tanta forza, e forse, parafrasando l'affermazione di un altro inquirente “razza d'acciaio”, Armando Spataro, se ne valga la pena.

            Evidentemente sì. Altrimenti, non saremmo qui a parlarne. E a raccomandare la lettura di questo volume.

Giudici di frontiera presentato al Palacultura

Leggi qui la relazione su "Giudici di frontiera" del magistrato Alfonso Giordano, presidente emerito che presiedette lo storico maxiprocesso alla mafia

Mussomeli si schiera contro la mafia

MANGIALIBRI

Chi sono i giudici di frontiera che combattono in difesa della legalità nel territorio della provincia di Caltanissetta, storicamente depresso e condizionato dal controllo della mafia? 

SUL ROMANZO

Giudici di frontiera è un testo da trincea che ricostruisce un arco temporale di lotta alle mafie nel territorio nisseno che parte dagli anni Quaranta, con Don Calò, e sale fino alla nostra contemporaneità.

LA VOCE DELL'ISOLA 

Leggere questo testo di Roberto Mistretta, (Giudici di frontiera, Salvatore Sciascia editore, pagg. 211, € 16.00) in un periodo così delicato per le nostre istituzioni, equivale a respirare una ventata d’aria buona. Un  libro che si avvale della prefazione autorevole di Giancarlo De Cataldo e  fa onore al suo autore. 

GDM 

Una serie d’interviste ai protagonisti, a quei giudici di frontiera che lottano ogni giorno per garantire la possibilità di vivere in una vera democrazia, dove sia possibile andare a testa alta, senza timore di padrini, cosche e associazioni malavitose che condizionano la vita quotidiana.

DUERIGHE 

In  questo libro l’autore, in maniera scorrevole ed avvincente, presenta la storia di sei magistrati, che lavorano o hanno lavorato presso la Procura di Caltanissetta, e lo fa in modo molto intimo non come quello che si legge nelle cronache.

L'OEIL DE LUCIEN 

Un grazie anche a Roberto Mistretta che ha raccolto le lori voci e all’editore Sciascia che ha avuto il coraggio di pubblicare in tempo di ignobili bestseller un libro di così alto valore civile.

ART LITTERAM 

Questa terra è stata saccheggiata, depredata, svilita dalla mafia. E’ tempo che si riscatti e torni in possesso della propria dignità.

19LUGLIO1992 

Le vite di uomini che sono stati minacciati di morte, che vivono nelle aule di giustizia e sotto stretto controllo.

FLATUS VOCIS 

Il libro e soprattutto le parole dei giudici mi hanno colpito molto perché aprono gli occhi su quel mondo sommerso, ma non troppo, che danneggia, offende e deturpa moralmente la provincia di Caltanissetta

TRAME FESTIVAL 

Roberto Mistretta presenta la storia di sei magistrati che lavorano o hanno lavorato presso la Procura di Caltanissetta. Le vite di uomini che sono stati minacciati di morte, che vivono nelle aule di giustizia e sotto stretto controllo. Il testo ripercorre parte delle complesse dinamiche di mafia nell’arco di trent’anni: dai centoventi morti della riforma della giustizia alla riapertura delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Nel testo dà voce a Sergio Lari, Ottavio Sferlazza, Onelio Dodero, Giovanbattista Tona, Domenico Gozzo e Antonino Patti.

Giudici di frontiera. Interviste in terra di mafia di Roberto Mistretta (Sciascia editore)

LA REPUBBLICA
«Io non so se l' agenda rossa è stata distrutta, anche se lo ritengo altamente probabile. Di certo chi l' ha fatta sparire forse temeva che in quelle pagine potessero esserci annotazioni compromettenti.
 

Nando Dalla Chiesa relazione su “Giudici di frontiera” presentato a Milano 

 

Questo è un libro che mancava nella storia della mafia. E’pubblicato dalla casa editrice Sciascia di Caltanissetta che ha una sua gloriosa storia e per chi studia di cose di mafia, dà il senso di continuità della propria interessante produzione.

I riflettori dunque vanno accesi però si riesce ad accenderli con più facilità sulle grandi città, sulle capitali e meno sui luoghi più distanti. Ricordo ad esempio quando venne ucciso il giudice Rosario Livatino a Canicattì, noi stessi che ci davamo la notizia di questo giudice ucciso, non sapevamo chi fosse. E non è che non avesse fatto delle indagini importanti, semplicemente operava ad Agrigento dove si era reso pericoloso per le cosche ma contemporaneamente non era protetto dai riflettori. Era la vittima ideale, tanto che quando venne ucciso, Giovanni Falcone scrisse un articolo sulla stampa per chiedersi chissà fra tre mesi chi si ricorderà di Rosario Livatino. E questa fu anche la ragione che mi portò ad andare sul campo per scrivere poi “Il giudice ragazzino”, dedicato a lui. Mi sembrava di dover compensare una disattenzione colpevole che comunque c’era stata, sui giudici che lavoravano fuori dai riflettori. 

E poi siamo abituati a pensare a Caltanissetta come il luogo dove si fanno i processi che riguardano Palermo, perché per competenza è Caltanissetta che si occupa della strage di Capaci, è Caltanissetta che si occupa della strage di via D’Amelio. E come sappiamo, quando un reato riguarda un giudice, è la sede più vicina che se ne occupa. Quindi Caltanissetta è stata per noi importante quale sede di atti giudiziari che riguardano processi relativi a fatti accaduti a Palermo.

Poi una volta, mentre ero a casa, ho assistito per caso ad una trasmissione di “Anno zero” che era in collegamento con un teatro di Caltanissetta dove vedevo delle bellissime figure di magistrati che si alzavano e parlavano del lavoro che stavano facendo, il giudice Tona e il giudice Dodero che parlava con accento piemontese, e mi domandavo: cosa ci fa questo a Caltanissetta?

C’era il teatro pieno. E ricordo il calore che anche attraverso lo schermo trasmetteva questo teatro pieno soprattutto di ragazzi ma non solo di ragazzi, che testimoniavano la loro volontà di stare vicini ai magistrati nisseni, perché era accaduto qualcosa. Erano state compiute delle intercettazioni telefoniche che avevano fatto accendere una spia: è arrivato l’esplosivo per colpire qualche magistrato di Caltanissetta. Da qui la città che si riunisce, che si mette insieme, che fa corpo unico coi magistrati e trova l’orgoglio di dichiarare in questo modo che la mafia a Caltanissetta esiste, quando non tutti lo sostenevano. Ed è una cosa che racconta il procuratore Lari, intervistato da Mistretta,  giudice di grande esperienza, che è stato a Palermo, che ha fatto parte anche della Consiglio Superiore della Magistratura. Lari racconta che arriva a Caltanissetta e trova una città che è un po’ renitente ad accettare di dichiarare l’esistenza della mafia. Ed invece la mafia c’è, l’esplosivo arriva, i magistrati si sentono assediati. A rompere l’assedio ci pensano i cittadini. Questo è il ricordo che ho di quella trasmissione, molto bella, perché belle erano le immagini che consegnava allo spettatore.

Qui ci sono alcune di queste storie.

E il primo merito di questo libro è quello di coprire un’area di interesse alla lotta alla mafia che in genere è poco trattata. Palermo è trattata, Catania è trattata, si è cominciato a parlare anche di Trapani che è la provincia di Matteo Messina Danaro, numero uno di cosa nostra, e poi Trapani è stata individuata come città che ospita molti sportelli bancari e in cui la finanza è forte e dove operano magistrati di grande valore. Di Caltanissetta invece non si parlava. Questo è il merito di “Giudici di frontiera”, non solo è un bel libro ma è anche un libro da studiare per certi aspetti, perché fornisce degli elementi che allo studioso risultano interessanti e che vanno sistemati insieme ad altri elementi di conoscenza che vengono da altri libri.

Sono indicati diversi giudici. Dopo l’introduzione non formale, breve ma molto sentita e colta di un altro magistrato, Giancarlo De Cataldo, c’è la riflessione sul perché di questo libro, partendo dalle radici storiche con l’arrivo degli alleati. Seguono poi le interviste a Giovanbattista Tona, a Sergio Lari, Antonino Patti che si occupa più di Gela, Domenico Gozzo, Onelio Dodero ed Ottavio Sferlazza. E in queste storie si intreccia un po’ la storia della magistratura, perché non sono tutti nativi di Caltanissetta. Portano esperienze diverse.

Per esempio Sergio Lari l’ho appunto conosciuto a Palermo e poi al CSM, quando lavoravo in Parlamento, ed è un giudice che porta a Caltanissetta un’esperienza nazionale.

Così Domenico Gozzo che ho conosciuto a Palermo, dove ha fatto importanti processi di criminalità economica e porta un’esperienza particolarmente rilevante a Caltanissetta.

E lo stesso Dodero che in Piemonte ha fatto inchieste su ‘ndrangheta e cosa nostra, riuscendo anche ad ottenere importanti rivelazioni da un pentito. E’ uno dei primi che coglie questa nuova realtà di patti non dichiarati, di una nuova alleanza piemontese tra ‘ndrangheta e catanesi.

C’è Ottavio Sferlazza che viene dalla Sicilia ma adesso è procuratore aggiunto in Calabria, ed ha contribuito a creare una delle esperienze più interessanti anche dal punto di vista scientifico. La Calabria è stata una regione dove i magistrati non hanno lavorato compiutamente e diffusamente in modo penetrante come in Sicilia, come a Palermo. Però, da  quando sono arrivati alcuni giudici siciliani, e questo è importante, con esperienze importanti maturare in Sicilia e penso a Pignatone, Prestipino e Sferlazza, è cambiata la lotta alla ‘ndrangheta in Calabria. Hanno fatto tesoro del loro lavoro in Sicilia e lo stanno regalando al Paese, andando a lottare contro la ‘ndrangheta che infatti per la prima volta reagisce con una serie, molto misurata e cauta, perché non si può andare oltre un certo livello se si vuole giocare sul difficile equilibrio con lo Stato, ha cominciato con delle minacce, con delle intimidazioni: le armi che vengono fatte trovare, la porta del procuratore generale che viene fatta saltare per aria.

Quest’esperienza accumulata in Sicilia colpisce: giudici siciliani che vanno in Calabria e partendo da lontano,  arrivano a scardinare un sistema di pigrizie, di accidie, che nella Calabria aveva comunque funzionato.

Queste persone vengono ascoltate e intervistate dall’autore a cui raccontano la loro esperienza pubblica e raccontano anche le proprie esperienze private, utili per capire l’esperienza pubblica. Col giudice Tona che non ho ancora avuto il piacere di conoscere personalmente, mi sono sentito in una lunga conversazione telefonica.

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A Milano, con Nando Dalla Chiesa ospiti dell'Associazione Mediterraneo

La foto del castello Manfredonico-Chiaramontano di Mussomeli utilizzata come sfondo, è di Maurizio Di Maria

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